LA GÙNDULA DEL FENDÌN
Antica leggenda Tornasca
raccontata e sceneggiata
da Paolo Elia Sala

 
Paolo Elia Sala

Un certo "Fendìn" (è il diminutivo dialettale di Defendente) che abitava nel Borgo, esercitava il mestiere del ciabattino e al tempo stesso, nei giorni di mercato (martedì - giovedì - sabato), quello del corriere, trasportando con la sua barca merci e derrate tra Torno e Como, e viceversa.

Quando sul far della sera arrivava di ritorno dal mercato, era solito ormeggiare la propria gondola alla riva di Piazzola legandola con un canapo robusto agli appositi anelli di ferro, fissati nel terreno dell’approdo. Poi infilava la stradetta (strècia) che lo portava direttamente al Borgo per ritornare a casa da sua moglie Ghielma .

Così fece anche quel sabato sera di un mese e di un anno imprecisati (si ritiene però che fosse intorno al 1570).

Al mattino della domenica, poiché aveva soffiato un forte vento per tutta la notte, scese di nuovo a Piazzola a controllare se l’imbarcazione ne avesse sofferto. Tutto era ancora a posto, ma trovò che la fune era legata in un modo ben diverso da quello che lui era solito fare ormai da molti anni.

Non sapendo cosa pensare di tale scoperta, si ripromise di controllare anche nei giorni successivi, ma tutto risultò sempre regolare. Era già sul punto di mettere il cuore in pace, quando il lunedì della successiva settimana dovette constatare che il nodo non era più quello da lui eseguito la sera del sabato precedente e che erano spostati ed infranti anche i "segni" che aveva collocato nei pressi dell’ormeggio.

Allora ripeté i controlli e, andando a verificare tutte le domeniche mattina, si convinse che qualcuno adoperava la gondola per chissà quali affari, sempre durante le notti dal sabato alla domenica.

 
Fendin
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Arrivato a quel punto, decise di nascondersi, alla fine di un giorno di sabato, nella stiva dell’imbarcazione e di passarvi la notte per sorprendere l’audace profittatore.

Avvertì della sua risoluzione la moglie Ghielma. Approfittando delle prime ombre del crepuscolo, badando bene di non farsi vedere, andò alla sua barca e si appiattì sotto le tavole che, poggiando sugli sterni, ne coprivano il fondo.

Era anche un po’ preoccupato perché bisogna sapere che il nostro Fendìn, da buon tornasco, era piuttosto tirchio e non aveva ancora provveduto a far benedire dal parroco, come era consuetudine, la gondola acquistata da poco, perché gli seccava di dover versare l’obolo convenuto di dieci misure di sale (10 doppie libbre) per tale adempimento.

Comunque, attese pazientemente nello scomodo recesso finché, quando batterono al campanile i rintocchi della mezzanotte, cominciò a sentire uno scalpiccio di passi che sembravano provenire dalla "strècia" che scendeva dal Borgo. Non passò molto che gli arrivò anche la voce di due o tre donne le quali chiacchieravano fra loro criticando il ritardo di altre. Infine sentì il tonfo di una di esse che entrava nella gondola e, di lì a poco, il chiacchiericcio delle ritardatarie che sopraggiungevano.

Una di esse, che doveva essere la capessa, invitò le altre a salire nell’imbarcazione ed il povero Fendìn aguzzò ancor di più le orecchie per contare i botti che ciascuna donna faceva nel saltare in barca. Riuscì a contarne sette, ivi compreso quello della prima arrivata.

Dal numero e dai discorsi, il povero Fendìn, tremante di paura, capì che dovevano essere nientemeno che le sette streghe di Torno. Si rannicchiò il più possibile, evitando di fare il benché minimo rumore, perché, se l’avessero visto, c’era da rischiare chissà quale vendetta.

 

Quando le streghe si furono tutte accomodate, la capessa si levò e intonò la seguente formula magica: "In de’l numm de Belzebü, barca mia solta sü: và per vüna, và per dù, và per tre, và per quàter, và per cinq, và per sées e và per sett, in de l’India a gull dirett, per un’ura che se và, per un’altra che se stà, ‘n’altra anmò per turnà a cà!"

 
   
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Ma la gondola restò sorda al comando e non si mosse.

La capessa cominciò ad annusare l’aria dicendo: "Me sbagliaroo, gnüff, gnüff, senti uduur de cristianüsc" (mi sbaglierò, snuff, snuff, ma io sento odor di cristiano).

Però le altre affermavano di non sentire alcun odore, per cui l’arcistrega concluse: "Ghe sarà forzi sü un quèj ratt" (ci sarà forse qualche topo) e completò il comando col dire: "Barca, barca, per stanott, ciàpa ul biàj de nà per vott" (barca, barca, per questa notte prendi l’avvio di andare per otto).

Non aveva finito di pronunciare queste parole che la gondola si alzò e partì veloce come il vento.

Al povero Fendìn, che aveva udito tutta la pantomima, questa partenza sembrò il male minore, rispetto al pericolo di essere scoperto. Nella sua scomoda posizione avvertiva tutti gli sballottamenti che i colpi di vento e i vuoti d’aria imprimevano alla navicella volante, ma evitava di lamentarsi, dominato com’era dalla paura.

Ad un certo punto, si accorse che lo scafo perdeva quota per scendere ed infine sentì l’impatto e lo strusciare della carena sulla sponda d’arrivo, finché si fermò.

Udì allora un gran tramestio a bordo per i rumori che facevano le streghe nell’alzarsi e nello scendere. Infine distinse la voce della capintesta che ricordò: "Attenzione, come ho già detto, c’è un’ora per stare. Mettete la vostra scopa tra le gambe e andate dove già voi sapete".

Allora il Fendìn si fece coraggio e alzò un asse della stiva per prendere una boccata d’aria. Vistosi solo, uscì a sbirciare e così vide, ormai lontane, le streghe che, come un branco di nottole, volavano via rasentando le cime degli alberi.

Così scese completamente dalla barca, anche per esplorare il nuovo paese che, d’altronde, si rendeva conto doveva essere assai lontano da quello natio. Si trattava infatti delle cosiddette "Indie Basse" e cioè dell’America.

La spiaggia era coperta da una rena e da ghiaia straordinariamente luccicanti. Tanto per avere un ricordo dell’avventura e portarne la testimonianza alla sua Ghielma, ne raccolse qualche manciata che si ficcò nelle tasche.

Poi, vedendo delle altissime piante che sorgevano al di là dell’arenile, aventi un aspetto diverso dagli alberi fin allora conosciuti, staccò qualche ramoscello e sembrandogli ormai trascorso il tempo fissato dalle streghe, ritornò a nascondersi nella barca, portando tutto con sé.

Ed era ora perché, non appena ebbe sistemato la copertura della stiva dove si era rintanato, udì arrivare la prima strega e subito dopo tutte le altre.

All’ordine di partenza si ripeté la stessa scena dell’andata, ma le streghe conclusero che a bordo doveva esserci ancora il topo. Così, al comando di andare per otto, la gondola partì scavalcando nuovamente laghi, monti e mari e, dopo un’ora, approdò ancora alla riva di Piazzola.

Le streghe sbarcarono e, dopo gran saluti e rallegramenti, se ne andarono ciascuna alle loro rispettive abitazioni.

 

Fendin

 

Il Fendìn, più morto che vivo per la scomoda posizione, per la paura e la stanchezza, accertatosi d’essere rimasto solo, uscì cautamente e ritornò a casa con il suo raccolto.

Non ne poteva più. La Ghielma dormiva, e così, anche per non svegliarla, vuotò adagio adagio il contenuto delle tasche sul canterano e appese i ramoscelli all’attaccapanni della moglie; quindi si infilò furtivo nel letto piombando in un sonno profondo.

La prima a svegliarsi quella mattina fu la Ghielma, la quale, nel prendere i propri indumenti, vide i ramoscelli ed alla luce del giorno si accorse che si trattava di coralli bellissimi. Scorgendo inoltre il luccichio della ghiaia sul canterano, si avvicinò e constatò esterrefatta che non si trattava di sassolini, bensì di gemme e diamanti della più bell’acqua e colore. Non osava neppure toccarli, perché la luminescenza che irradiavano li faceva sembrare vivi, ma infine proruppe in un grido di meraviglia e quasi di paura.

Ciò fece finalmente svegliare il Fendìn, il quale al buio della notte non si era ben reso conto di quello che aveva portato a casa ed ora, vedendo tanta grazia di Dio, rimase egli pure stupefatto e meravigliato.

Dopo aver descritto e raccontato alla moglie i particolari dell’avventura di cui era stato involontario spettatore e partecipe, corse subito dal curato per accordarsi sulla benedizione della gondola: ciò che fu fatto quel giorno stesso.

Da quel momento, le streghe non poterono più usufruire della navicella del Fendìn. Si dice che provarono e riprovarono, ma l’imbarcazione non rispose più ai loro comandi e conclusero che era meglio rinunciare e cercare qualche altro mezzo di trasporto.

Il Fendìn e la moglie si accordarono di non far parola con nessuno del tesoro. Ma si sa come vanno queste cose. Alla Ghielma non parve vero di fare qualche confidenza alla sua migliore amica, e, di confidenza in confidenza, tutto il paese venne in breve a sapere la storia anche nei minimi particolari.

Così molti partirono alla ricerca del paese lontano dove le piante erano di corallo e la rena del mare di gemme preziose, con la speranza di tornare ricchi al paese.

Ma nessuno trovò mai nulla del genere; solo alcuni poterono ritornare con i pochi soldi raggranellati a stento per mezzo di grandi sacrifici e del duro lavoro affrontato nei paesi stranieri raggiunti nei loro viaggi.